Covid-19, tutti contro tutti e le imprese pagano il conto

Apr 05, 2020 by gef in  Uncategorized

Non c’è dubbio che il virus corre più veloce della burocrazia e dello Stato in tutte le sue espressioni democratiche.

E soprattutto, ha fatto emergere un tema di importanza fondamentale come quello della velocità di azione nel gestire situazioni complesse: ieri il terremoto o il ponte di Genova, oggi Covid-19 ma domani chissà cos’altro. E tale impreparazione si avverte con lo scontro che si sta verificando in ogni contesto.

Scontro tra ABI e singoli istituti di credito, tra virologi, tra Regioni e Stato centrale, tra maggioranza ed opposizione, all’interno della maggioranza, tra politici e virologi, tra giornalisti, tra statistici nonché tra studiosi del diritto molti dei quali non considerano adeguato il ripetuto utilizzo dello strumento del DPCM per assumere decisioni di vitale importanza per il paese.

Certamente non è facile districare la matassa perché sostanzialmente entrano in conflitto numerosi diritti costituzionalmente protetti ed attualmente negati, sospesi o compressi: quello alla salute, quello della libertà economica, quello di espressione religiosa e quello di riunione e di manifestazione.

Ma è altrettanto vero che troppo lenti ed a volte contraddittori sono stati i processi decisionali.

Ad  esempio,  nel dichiarare il lock-down o nella gestione della produzione e commercializzazione dei DPI: prima si offrivano benefici di ogni genere a quelle aziende che in fretta convertivano la loro attività alla produzione di mascherine mentre un mese dopo si vuole concentrare la stessa in capo a pochissime realtà produttive.
La stessa istituzione della App per il tracciamento della prossimità delle persone non è stata ancora messa a punto. Mentre in Corea del sud, già utilizzata due mesi fa appena iniziata la pandemia, ha consentito di evitare conseguenze ben più gravi. Per non parlare dei tamponi.

La stessa immissione di liquidità nel sistema, da tutti ritenuta necessaria, non c’è stata e non sappiamo nemmeno se e quando arriverà.

Lo Stato dovrebbe invece cominciare da subito a pagare i debiti alle proprie aziende fornitrici ed elargire contributi a fondo perduto alle stesse, condizionandoli al perseguimento di determinati obiettivi aziendali. Questo costituirebbe un sorta di “risarcimento” riconducibile  al periodo obbligato di  inattività. Invece, almeno fino ad oggi, con la concessione di garanzie fino al 100% dei prestiti si è preferito sostituire debiti al mancato fatturato, minando in tal modo la sopravvivenza medio tempore per molte imprese.

In queste condizioni la pandemia sanitaria diverrà presto economica e sarà non meno dolorosa. Ma è questa una prospettiva dalla quale tutti dovremo cercare di sfuggire offrendo un contributo che stimoli politica ed istituzioni a soluzioni rapide ed intelligenti.

Aggiungo inoltre qualche ulteriore considerazione di carattere più generale.

Si devono evitare gli “asincronismi”: non è possibile immaginare la riapertura delle attività produttive senza organizzare quella delle scuole. Almeno quelle dell’infanzia e primarie.

I cittadini hanno acquisito dopo quasi due mesi di lock-down una consapevolezza completamente diversa nella gestione del rischio virologico con il quale ci stiamo abituando a convivere e le aziende si sono già attrezzate per adottare tutte le misure possibili indicate oggi dalla scienza e tradotte nei protocolli di sicurezza di cui al DPCM del 26/04/2020.
Troppo silenti le associazioni di categoria che dovrebbero fare da stimolo all’esecutivo individuando soluzioni che contemperino la sicurezza con la ripresa delle attività produttive. Anche, ed eventualmente, con le differenziazioni territoriali del caso.

Insomma, la cautela che ha spinto il Governo nelle decisioni degli ultimi due mesi deve ora coniugarsi con il coraggio!
La sensazione è invece quella che ci si trinceri dietro la paura cautelandosi con task force e rinvii come se la situazione fosse quella di Febbraio 2020.

E torno al tema della velocità di reazione.

Dobbiamo arrivare in fretta a “normalizzare” l’emergenza, per quanto possa sembrare contraddittorio. Almeno fin tanto che non saremo tutti vaccinati. Ed allora, tutte le componenti sociali devono uscire dal limbo e dal silenzio, offrendo contributi articolati e costruttivi per battere il virus in velocità in tutte le sue declinazioni nefaste.
Le Associazioni di categoria potrebbero avere un ruolo di stimolo oggi e di controllo dei protocolli di sicurezza dopo l’apertura delle aziende, ma l’importante e che si acquisisca in fretta questa consapevolezza abbandonando almeno per il momento il recinto di appartenenza nel perseguimento di interessi comuni più alti e diffusi.

Stefano SFRAPPA
Presidente Sindacato italiano Commercialisti

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Source: MEDIAPRESS CE
Covid-19, tutti contro tutti e le imprese pagano il conto

Industria 4.0 rallenta nel 2019. In Italia, solo il 14% delle aziende è evoluta digitalmente

Gen 01, 1970

Il 2019 è stato un anno in cui la crescita dell’industria 4.0 è rallentata e il mercato si è contratto del 10-15% rispetto al 2018. E’ quanto emerso dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo questo studio, il mercato nel 2018 si è attestato sui 3,2 miliardi di euro, +35% rispetto al 2017. Negli ultimi 4 anni la crescita è stata del +140%, a cui sono da aggiungere 700 milioni di euro in progetti tradizionali di innovazione digitale. Nel 2019, c’è stata la flessione, perchè il mercato italiano sarebbe dovuto crescere coinvolgendo dipartimenti HR e lavoratori, utilizzatori finali delle tecnologie; in realtà, soltanto il 7,8% delle aziende ha coinvolto i lavoratori sull’esistenza di una strategia 4.0; in un caso su quattro non sono stati nemmeno informati e in appena il 6,8% l’HR vi ha partecipato.

In Italia, solo il 14% delle aziende è 4.0 ed è quanto affermato da un’indagine intitolata EY Digital Manufacturing Maturity Index 2019: solo una piccola parte sarebbe evoluta verso uno stato avanzato di sviluppo digitale.

Il 49% delle aziende sta andando verso la gestione digitale dei processi e il 37% è in una fase iniziale- sperimentale con progetti pilota di integrazione verticale; il 5% possiede un sistema strutturato di integrazione dati con fornitori e clienti.

Vi è ancora una distinzione fra piccole e grandi aziende: il 70% ha un piano di sviluppo e ha introdotto tecnologie innovative cogliendo benefici fiscali per innovazione o rispetto dell’ecosistema. Le piccole e medie imprese sono ostacolate durante il processo di adozione delle tecnologie digitali o di accesso a incentivi e sono deboli sulla cultura aziendale, organizzazione verso il cambiamento e strategia in favore dello sviluppo.

Fonti consultate:

https://www.economyup.it/innovazione/cos-e-l-industria-40-e-perche-e-importante-saperla-affrontare/

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Aziende: i crediti commerciali potrebbero trasformarsi in liquidità

Gen 01, 1970

Il Decreto Liquidità favorisce, con la garanzia pubblica, l’erogazione di prestiti bancari alle aziende.

Questo è un atto necessario, ma forse non è l’unica soluzione possibile né quella ottimale per la fase attuale di emergenza da Covid-19: siamo nel mezzo di una profonda crisi di liquidità che difficilmente si potrà risolvere aumentando il debito delle imprese verso le banche.

Ma come rifornire le aziende di cassa senza appesantirne i bilanci? Un modo è quello di monetizzare i crediti commerciali. Le imprese italiane ne hanno in pancia una montagna: 483 miliardi di euro, in crescita dell’1,1% in un anno. Le soluzioni per rendere questi miliardi immediatamente fruibili esistono già, dall’anticipo fatture bancario, al factoring, all’invoice trading, ma vi si fa ricorso solo per il 31% dell’ammontare totale, ovvero 150 miliardi di euro (numeri dell’ultimo Osservatorio del Politecnico di Milano).

Detto in altri termini: nei bilanci delle imprese italiane ci sono oltre 300 miliardi di euro in crediti commerciali, una parte dei quali potrebbe essere trasformata in liquidità, ma perché ciò avvenga in maniera efficace sarebbe utile eliminare il rischio di mancato pagamento, con una copertura assicurativa, che le compagnie di assicurazione crediti a loro volta sarebbero incentivate a offrire a fronte di una garanzia pubblica – in tutto simile a quella vigente per le banche che erogano prestiti. I vantaggi per le imprese cedenti ma anche per tutta la filiera di cui esse fanno parte sarebbero diversi.

Matteo Tarroni, Founder e CEO Workinvoice

Il primo è, come già accennato, che la cessione delle fatture non crea debito in capo all’azienda: al contrario, il prestito bancario, anche se garantito dallo Stato, deve essere in ogni caso restituito dalle imprese alle banche entro 6 anni. La misura, infatti, è a favore dei soggetti eroganti (le banche) che in caso di insolvenza dell’impresa possono affidarsi alla garanzia. L’impresa, se non onora il suo debito, fallisce comunque. Al contrario, vendendo i propri crediti commerciali la situazione debitoria dell’azienda non muta (mentre migliora la sua posizione finanziaria netta).

La cessione delle fatture è, inoltre, una misura mirata che consente di allocare le risorse non “a pioggia” (rischiandone la dispersione anche verso aziende che erano già in difficoltà prima dell’emergenza), ma esattamente nel sistema produttivo, laddove possono creare valore. A fronte di ogni fattura esiste infatti un bene o un servizio scambiato tra imprese attive e operative, che hanno reale probabilità di ripartire.

Infine, questo meccanismo finanziario incentiva l’effetto positivo di trasmissione: se un’azienda incassa la fattura in tempi brevi perché è riuscita a cederla a un intermediario finanziario, pagherà prima i fornitori, generando un effetto benefico sulla filiera.

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Source: MEDIAPRESS CE
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Economia lombarda, arranca il PIL regionale nel periodo 2008/2019

Gen 01, 1970

(Palazzo Gio Ponti, Sede Assolombarda)

La Lombardia continua a crescere, ma il suo PIL è ancora lontano dai dati delle aree più industrializzate d’Europa: se il prodotto interno lordo della Regione del Nord Italia negli ultimi 10 anni non supera nemmeno la soglia dell’1% fermandosi allo 0,7%, il Bayern segna un +23%, il Baden-Württemberg +17% e la Catalunya +8%.

I dati, diffusi dal Centro Studi di Assolombarda, e ripresi da Genio & Impresa, il magazine dell’associazione delle imprese di Milano, Lodi, Monza e Brianza, parlano quindi di una distanza abissale” rispetto alle colleghe europee negli ultimi 10 anni. Più confortanti, invece, i numeri relativi al quinquennio 2014/2019, che hanno visto la Lombardia crescere del 7,4%, una soglia però sempre lontana dai diretti competitor: +18% in Catalunya, +12,5% nel Baden-Württemberg e +12,3% nel Bayern. Stagnante soprattutto la situazione dell’ultimo anno, che ha visto la Regione della rosa camuna crescere solo dello 0,5%, stesso tasso di sviluppo per il Bayern e crescita ancora più contratta per il Baden-Württemberg che si è fermato allo 0,1%, mentre la Catalunya (+1,9%) si mantiene sui tassi elevati degli ultimi anni. Guardando, invece, alle altre Regioni più industrializzate del Nord Italia, nel 2019 la Lombardia si piazza di poco al primo posto davanti a Veneto ed Emilia Romagna (0,4%), poco più staccato il Piemonte (0,2%).

Punta di diamante, come è facile aspettarsi, è Milano con un aumento del 6,2% rispetto al 2008, una cifra significativa se si pensa che nello stesso periodo il PIL italiano è diminuito del 3,1%. Ancor più importante la crescita degli ultimi 5 anni che hanno visto la città meneghina crescere del 10%, il 3% in più rispetto al dato regionale e il doppio dell’Italia (+5%). Qualche nota negativa arriva però dai servizi e dall’industria che nel 2019 rallentano sensibilmente la crescita. In picchiata anche il settore delle costruzioni, sceso di ben 33 punti percentuali rispetto al pre-crisi.

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