Con l’82,2% dei voli atterrati in orario, nel mese di giugno Alitalia è risultata la compagnia aerea più puntuale in Europa. Un primato che Alitalia mantiene anche considerando i primi sei mesi del 2019, con una puntualità media dei voli dell’86,8%. Sempre a giugno, la Compagnia italiana si è classificata al sesto posto nel ranking mondiale. Un risultato che ha consentito ad Alitalia di restare sul podio, con il terzo posto, nella graduatoria globale dei vettori più puntuali nella prima metà del 2019. A certificare i risultati di Alitalia è FlightStats, autorevole società indipendente Usa che ogni mese stila la classifica della puntualità dei principali vettori mondiali, confrontando i dati di compagnie paragonabili per dimensioni e network.

Dalle rilevazioni di FlightStats emerge, inoltre, che nel giugno di quest’anno l’indice di puntualità di Alitalia è stato più alto di 7,9 punti percentuali rispetto alla media delle compagnie mondiali (74,3%) e di 11,6 punti percentuali rispetto alla media dei vettori europei. Nel confronto fra i risultati della prima metà di quest’anno e quelli relativi ai primi sei mesi del 2018 – quando Alitalia registrò una puntualità media dei voli dell’85,1% – la Compagnia italiana ha confermato la prima posizione in Europa e ha ulteriormente migliorato il piazzamento nella classifica mondiale, passando dal quarto posto del primo semestre 2018 al terzo di quest’anno, confermando così l’eccellente andamento delle performance operative.

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Alitalia: la più puntuale in Europa a giugno e nei primi 6 mesi del 2019

La finanza per l’ambiente: un mercato in espansione

Gen 01, 1970

Nasce InvestEQ, il nuovo fondo d’investimento nel  settore energetico

 

L’efficienza energetica è ormai diventata un elemento fondamentale della politica energetica europea che non esita a ribadire la necessità di nuovi investimenti (dall’ultima relazione annuale dell’Unione Europea) stimati in 177 miliardi di euro ogni anno a partire dal 2021.

Per colmare l’enorme divario si renderà indispensabile, e in larga parte già lo è, la mobilitazione di fondi privati oltre che pubblici. Il mondo della finanza può dare, e sta dando, un grosso contributo alla trasformazione in corso del mercato dell’energia in Italia e in Europa.

In questo contesto è stato lanciato “InvestEQ Energy Efficiency”, un Fondo di “impact investing” studiato per ottenere un rendimento finanziario interessante e al contempo un impatto positivo su ambiente e società. Questo nuovo prodotto finanziario è il frutto di un’attività di sviluppo e finanziamento di progetti di efficienza energetica nel settore industriale, terziario e agricolo in Italia, maturata negli ultimi tre anni grazie al coinvolgimento di fondi specializzati, family office, utilities e società di leasing.

Ma cos’è un progetto di efficienza energetica?

Un intervento che tramite l’implementazione di una soluzione tecnologica – per esempio impianto di cogenerazione, caldaie a biomassa, sistemi illuminotecnici a LED, –   porta ad una riduzione dei consumi energetici e conseguentemente ad una riduzione dei relativi costi.

InvestEQ, con una dotazione target fino a 80 milioni di euro si posiziona come una fonte di finanziamento flessibile ed intelligente per progetti di efficienza energetica di dimensione media-piccola in Italia per aziende che operano nel settore privato o pubblico.

Tramite la condivisione del risparmio conseguito dalle aziende, InvestEQ è in grado di offrire ai propri investitori un rendimento attrattivo con distribuzioni continuative in un contesto come quello attuale che continua ad essere contraddistinto da rendimenti bassi.

Il rendimento, che deriva dalla condivisione del risparmio conseguito che può raggiungere più del 60% dei consumi iniziali, è direttamente correlato al livello di efficienza energetica dell’azienda antecedente all’intervento di efficientamento. Quanto più sono inefficienti i processi aziendali dal punto di vista energetica, tanto maggiore è il rendimento conseguibile tramite il finanziamento di un intervento di efficientamento, tanto maggiore è la riduzione di CO2 rispettivamente l’impatto favorevole sull’ambiente.  Inoltre, il risparmio conseguito dall’azienda, senza dover usare risorse finanziarie proprie, porta ad un incremento immediato della profittabilità dell’azienda stessa e ad un incremento della competitività a medio termine.

«Il focus di InvestEQ è su progetti che richiedono un investimento tra 200 mila euro e 2 milioni e mezzo di euro per aziende medio-grandi. Questa tipologia di progetti rappresenta circa il 70% del mercato dell’efficienza energetica in Italia – spiega Franco Hauri (Managing Partner di InvestEQ) -. InvestEQ ha sviluppato negli ultimi anni un importante network commerciale in Italia con “i.a. ESCo’s”, fornitori di tecnologia e altri operatori di mercato, che assicura un flusso importante di opportunità di investimento, che vengono valutate tramite un processo di due diligence standardizzato, che permette una valutazione efficiente dei numerosi progetti di efficientamento».

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La finanza per l’ambiente: un mercato in espansione

Marche e Umbria pronte alla sfida del digitale?

Gen 01, 1970

Negli ultimi anni si sente spesso nominare il concetto di “Industria 4.0”. Con questa espressione si intende l’esistenza di un processo graduale volto a condurre alla produzione industriale automatizzata e fondata sull’utilizzo di “sistemi intelligenti”. ESG89 Group, analizzando i bilanci delle società di capitali regionali del comparto IT, si preoccupa di esaminare il grado di evoluzione di quelli che possono essere definiti i driver di queste nuove e strategiche tecnologie, pubblicando i risultati nell’ANNUARIO ECONOMICO UMBRIA-MARCHE 2019-2020.
Da una prima analisi del tessuto territoriale umbro-marchigiano è possibile individuare 114 società rilevanti (36 umbre e 78 marchigiane) in grado di certificare un valore della produzione superiore al milione di euro.
Applicando diversi indicatori quali-quantitativi, il Centro Studi Economico e Finanziario di ESG89 Group ha estrapolato alcuni dati interessanti mettendo in risalto il confronto tra le due realtà regionali.
(Fonte: IoConosco.it)

In Umbria solo una delle aziende visionate supera la soglia di fatturato dei 50 milioni ed è la Vetrya S.p.A. di Orvieto (vedi report azienda) guidata da Luca Tomassini con 60.688.535 euro. A seguire sono 3 le società, tutte operanti a Perugia, con un volume d’affari compreso tra 10 e 50 milioni: Umbria Salute Scarl (vedi report azienda, la cooperativa braccio operativo della Regione dell’Umbria nel comparto sanitario con 16.025.099 euro, Pucciufficio S.r.l. con un valore della produzione di 10.888.821 euro e Test S.r.l.  (vedi report azienda con 10.645.910 euro; ben 24 su 36 aziende  si colloca sotto ai 3 milioni di fatturato.

Nelle Marche, invece, TeamSystem S.p.A. (vedi report azienda) con sede a Pesaro, che offre soluzioni innovative per la digitalizzazione di aziende in ogni settore e dimensione, svetta con un fatturato di 220.054.000 euro. Spiccano, inoltre, 6 società in grado di collocarsi nella fascia di fatturato compresa tra 10 e 50 milioni: Filippetti S.p.A. (Leader italiano nel mercato del “Server Based Computing, Virtual Application e Virtual Server”) ed Evolvea S.r.l. (appartenente al Gruppo Filippetti con interessi principalmente legati all’informatica tradizionale e allo sviluppo di software) entrambe di Falconara Marittima e con un giro d’affari rispettivamente di 41.617.480 e 17.959.543 euro; Namirial S.p.A. di Senigallia (azienda produttrice di soluzioni software che fornisce servizi fiduciari digitali) con un fatturato di 25.092.852 euro; Apra S.p.A. di Jesi con un valore della produzione pari a 18.510.686 euro e partner ideale per le aziende che vogliono cogliere le opportunità offerte dall’innovazione. Da notare, inoltre, Pluservice S.r.l. (dedita a fornire soluzioni ICT finalizzate a massimizzare la redditività dei propri clienti) e Metisoft S.p.A. (impegnata a fornire assistenza a progetti innovativi attraverso servizi che supportano i processi di business e le sfide tecnologiche) situate a Senigallia e Fabriano, le quali evidenziano un fatturato pari a 17.243.970 e 13.999.563 euro. Anche in questo caso, tuttavia, la gran parte delle società, ben 55 su 78 si colloca nella fascia compresa tra 1-3 milioni. (Fonte: IoConosco.it)

Il fatturato aggregato delle 36 compagini umbre supera i 200 milioni, con la provincia di Perugia che annovera 120.509.000 euro e quella di Terni 80.748.000 euro. Nelle Marche si registrano a tal proposito valori più che raddoppiati. Infatti, parlando in termini di fatturato aggregato si superano i 500 milioni di euro: più del 50% (253.135.530 euro) è localizzabile nella provincia di Pesaro-Urbino (TeamSystem S.p.A., da solo, contribuisce in gran parte a riguardo), mentre la provincia di Ancona sfiora i 200 milioni (198.811.816 euro); seguono le altre provincie marchigiane: Ascoli Piceno con 31.681.424 euro, Macerata con 27.231.667 euro e Fermo con 10.973.042 euro.

Per quanto concerne l’utile netto aggregato, il comparto regionale umbro rileva 5.866.101 euro; un dato interessante è che tutte le società esaminate chiudono il bilancio con un risultato netto positivo. Il risultato del patrimonio netto aggregato è confortante in quanto raggiunge la cifra di 40 milioni il che fa ben sperare per la solidità economica del comparto. Nel territorio marchigiano il patrimonio netto aggregato, escludendo TeamSystem di Pesaro che registra circa 500 milioni di patrimonio (e che influenza notevolmente anche l’aggregato dell’utile netto), è interessante e sfiora i 90 milioni di euro testimoniando la buona salute del settore in regione.

I criteri di ESG89 Group hanno inoltre analizzato la forza lavoro dedita al comparto IT umbro-marchigiano: nel primo caso sono circa 1200 gli addetti occupati con un numero medio di collaboratori per azienda pari a 30/32. Nel secondo caso è ancora necessario citare a parte TeamSystem S.p.A. che annovera oltre 1200 dipendenti: il resto delle aziende racchiude circa 2000 addetti occupati, di cui più del 65% specializzati nella provincia di Ancona, con una media di 26/28 collaboratori per azienda.

(Fonte: IoConosco.it, IoValuto.it)

 

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Maggiori informazioni sull’ Annuario Economico Umbria-Marche 2019-2020

Programma 2019 Forum ESG89

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Marche e Umbria pronte alla sfida del digitale?

Birra Made in Italy: prospettive e scenari

Dic 07, 2018

A Pedavena, nell’ambito della Festa dell’Orzo 2018, si è tenuto il primo Simposio della Birra Italiana di Qualità organizzato dalla Fabbrica di Pedavena

Da angolazioni diverse è stata proposta una panoramica sullo stato dell’arte della birra in Italia che negli ultimi vent’anni ha conosciuto una vera e propria rivoluzione,sia dal punto di vista dell’offerta (con l’ingresso sulla scena di diverse centinaia di nuovi piccoli birrifici), sia relativamente alle abitudini di consumo (che hanno guidato la crescita della diversificazione del prodotto).

Una tavola rotonda che ha rappresentato un vero e proprio evento nell’evento e al quale hanno partecipato esperti del settore (Matteo Zanibon di Gfk Italia, Massimo Barboni, direttore commerciale Birra Castello, Agostino Arioli, fondatore e birraio del Birrificio Italiano, Eugenio Signoroni, coordinatore della Guida Birre d’Italia di Slow Food e Anna Managò, esperta di marketing e titolare dell’agenzia ByVolume). Assieme a loro i mastri birrai di Fabbrica di Pedavena (Vittorio Gorza, Giovanni Maccagnan e l’attuale capo della produzione,Dario Martinuzzo).

Fabbrica di Pedavena ha voluto dare inizio e ospitare presso la propria sede questo simposio con l’augurio che possa diventare nel tempo un appuntamento fisso per tutti gli appassionati del settore.

 

FABBRICA DI PEDAVENA: UN PASSATO IMPORTANTE E UN FUTURO CUI GUARDARE

 

Maurizio Maestrelli, giornalista di settore, in qualità di moderatore ha dato il via a questa “edizione zero” del Simposio dando la parola a Vittorio Gorza e Giovanni Maccagnan, entrambi storici Mastri Birrai della Fabbrica di Pedavena che dopo un interessante excursus sulla nascita della Fabbrica di Pedavena nel lontano 1897, in un contesto in cui pareva essere il momento giusto per l’inserimento sul mercato di birre a bassa fermentazione, “morbide” e facili da bere, hanno parlato delle peculiarità di questo birrificio. Peculiarità che non sono solo gli ingredienti come l’acqua morbida ed eccellente e le materie prime di alta qualità.

Infatti c’è di più: Fabbrica di Pedavena vanta un passato di formazione scolastica e professionale, essendo stata la sede di svolgimento delle lezioni pratiche del triennio del Corso Professionale per Birrai Maltatori della scuola Rizzarda di Feltre, unico in Italia. Nato grazie alla volontà della Famiglia Luciani, il corso ha inaugurato la sua prima edizione ufficiale nell’ottobre del 1951 ed è continuato fino alla fine degli anni Settanta fino a contare ben 271 diplomati, tra i quali si annoverano ancora oggi grandi maestri del mondo birrario e in differenti realtà.

Quella stessa scuola birraria, tra i suoi vari meriti,può vantare anche quello di aver contributo a stimolare in modo decisivo l’industria manifatturiera italiana per la fabbricazione di macchinari utili alla produzione della birra e la conversione di vasti appezzamenti di terra alla produzione di orzo distico, che non richiede pesticidi o fertilizzanti chimici e, quindi, con beneficio per l’ambiente oltre che per l’economia del Paese.

 

BUONO DA MANGIARE, BUONO DA PENSARE

SOCIALE E CONDIVISIBILE, AUTENTICO E GENUINO

 

Matteo Zanibon di GfK Italia attraverso i risultati di ricerche di mercato ha tracciato un percorso evolutivo dello scenario alimentare degli ultimi anni. Il cibo è sempre meno vissuto come “prodotto” ma sempre più come “esperienza”: mangiare non è sempre solo nutrirsi ma è anche e soprattutto relazionarsi, trovare significato ed emozione. Il cibo, e quindi anche la birra nello specifico, non solo devono essere buoni da mangiare ma anche “buoni da pensare”.

La competizione tra brand oggi – ha sottolineato Matteo Zanibon – si gioca sulla capacità di raccontare e trasmettere un’esperienza e un sistema di valori.

Una forte tendenza è quella della naturalità, un trend altrettanto decisamente in crescita è quello del biologico (nel 2008 segnava un 21% e nel 2017 un 43%).

Oggi la piccola realtà locale piace, piacciono i piccoli produttori. Sono sempre più importanti i concetti “sociale” e “condivisibile”, “autentico” e “genuino”, “etico” ed “equo”. Mangiare, soprattutto per gli italiani è una vera e propria passione e sempre più un’esperienza sociale, da condividere non solo con chi è a tavola con noi.

La birra è sociale e condivisibile, gratificante e gustosa, autentica e genuina, curiosa e stimolante, vicina e locale, naturale e semplice. Elementi che possono far pensare che il DNA della birra sia perfettamente in linea con l’evoluzione degli stili socio-alimentari degli italiani.

 

UNA BIRRETTA, LA BIRRA, LE BIRRE

GLI ITALIANI STANNO RISCOPRENDO LA COMPLESSITÀ DELLA BIRRA

 

Secondo Massimo Barboni, Direttore Commerciale di Birra Castello, la birra è passata attraverso tre macro fasi storiche:“una birretta”, “la birra” e “le birre”.Oggi la birra è entrata quindi nella terza fase e fa ormai parte degli stili di consumo e della cultura degli italiani. A riprova di questo, nel 2017 la birra ha raggiunto il suo punto più alto in termini di consumi in Italia.

Per molti decenni la birra non ha pienamente fatto parte della nostra cultura: non era ancora birra, ma semplicemente “birretta”: qualcosa di esotico e di frivolo, una bevanda simpatica, fresca e dissetante che rappresentava la migliore soluzione per un fugace e passeggero distacco dalla realtà.

Negli anni Ottanta, complici anche i più frequenti viaggi all’estero dei giovani e gli investimenti dei grandi gruppi birrari, la birra è diventata un simbolo di modernità, di aggregazione giovanile, di internazionalità e di progresso.In quella fase prevaleva la valenza simbolica della birra: quello che c’era dentro la bottiglia non era ancora così rilevante.

Da qualche anno siamo ormai entrati nella terza fase di sviluppo: l’attenzione si è spostata da quello che c’è fuori dalla bottiglia a quello che c’è dentro. Si parla sempre più di prodotto, di ingredienti, di metodi di produzione, di abbinamenti con il cibo, di modalità di servizio. Inevitabilmente più che di BIRRA si parla sempre più di BIRRE, per sottolinearne la complessità e ricchezza di sfaccettature.

Complici e artefici di questa evoluzione sono state – lo ha sottolineato Massimo Barboni – le birre artigianali che negli ultimi vent’anni hanno reso il mondo della birra protagonista di una vera e propria rivoluzione. L’ingresso sul mercato di circa un migliaio di nuovi piccoli birrifici ha contribuito a modificare la percezione di un prodotto che oggi può raggiungere segmenti più ampi di mercato, alcuni dei quali storicamente dominati dal vino. “La crescita delle artigianali non è infatti andata a discapito delle birre industriali -ha sottolineato Barboni– ma queste hanno contribuito ad allargare e ad aumentare l’interesse per l’intero settore”.

La birra continua però a rimanere un prodotto “accessibile”, “aggregante” ed “emozionale”. Una birra deve sapere quindi parlare anche al cuore delle persone e non perdere il suo carattere democratico.

 

LA BIRRA ITALIANA DI QUALITA’ HA PIANTATO UN SEME E L’HA FATTO FIORIRE CON VIGORE

 

Non ha dubbi al riguardo Eugenio Signoroni, Coordinatore della Guida Birre d’Italia di Slow Food Editore. La birra può essere molte cose diverse, tanti profumi, tanti colori, tante sfumature. Il movimento artigianale ha dato energia al mondo della birra nella sua interezza.

E la diversificazione ha raggiunto il mondo della birra tutto. Alcuni aspetti che caratterizzavano esclusivamente le artigianali oggi non sono più di loro utilizzo esclusivo.

A poche settimane dall’uscita dell’ultima edizione della Guida Birre d’Italia di Slow Food Editore Eugenio Signoroni ha affermato con sicurezza che la qualità diffusa è più alta. Il settore è cresciuto in modo evidente. Come è anche vero che ci sono realtà cresciute molto e velocemente che non hanno saputo gestire la situazione in termini di qualità della birra.

Rimane però ancora molto da fare secondo Signoroni; per esempio, l’offerta della birra nei ristoranti non è sempre adeguata alle esigenze dei clienti che richiedono varietà e qualità e non solo la solita lager messa nel frigo e nel menù delle bibite.

 

BIRRIFICIO ITALIANO, UNO DEI PIONIERI DEL MOVIMENTO ARTIGIANALE ITALIANO

 

Alla domanda di Maurizio Maestrelli se si aspettava di trovarsi in un panorama così delineato come è oggi dopo vent’anni Agostino Arioli, Fondatore e Birraio del Birrificio Italiano ha risposto: “Decisamente no. Pensate che ho chiamato il mio birrificio Birrificio Italiano perché non mi aspettavo che ne sarebbero seguiti tanti altri”. Era il 1996 e nasceva il primo brewpub in Lombardia e i primi due anni sono stati abbastanza difficili “anche perché – ha raccontato Arioli – ho aperto in un paesino improbabile nella remota provincia di Como”. Un inizio da homebrewer e quindi un corso di laurea: “Devo tanto alle persone dell’industria che mi hanno aiutato – ha raccontato Arioli – all’inizio del mio percorso ho preso tanto da quel mondo da un punto di vista scientifico e tecnologico. Soprattutto, ci tengo a ringraziare Gianni Pasa che nella Fabbrica di Pedavena è stato per molti anni il capo della produzione oltre che il direttore del birrificio”.

Il Birrificio Italiano è sempre stato e continua a essere molto aderente e fedele al suo concetto di artigianalità che si potrebbe riassumere nel concetto “nessun trattamento dopo la fermentazione” e vuole continuare a rimanere in quel contesto senza crescere troppo.

Produce birre “da bere tutti i giorni” e birre più particolari con il nuovo marchio Klanbarrique.

Secondo Agostino Arioli le grandi aziende birrarie stanno andando sempre più verso le specialità, lanciando prodotti speciali e utilizzando anche un linguaggio che prima era utilizzato esclusivamente dagli artigiani. Parallelamente c’è il mercato artigianale che cresce e per crescere ha prodotti sempre meno caratterizzati, buoni da bere tutti i giorni. Ma le artigianali devono essere orgogliose di produrre anche delle ottime pils, che rappresentano certamente un’importante opportunità per allargare il numero dei consumatori interessati.

 

IL MERCATO DELLA BIRRA OGGI È TALMENTE COMPETITIVO CHE NON È PIÙ SUFFICIENTE FARE UNA BUONA BIRRA, BISOGNA ANCHE PARLARE DI PRODOTTO E DI BRAND

 

Anna Managò, esperta di marketing e di birra, account director di ByVolume, società inglese di consulenza con sede a Londra, ha sottolineato come il fenomeno italiano abbia le stesse dinamiche dei mercati birrari di USA e Regno Unito, seppure con tempi diversi.

Se è vero che il marketing delle piccole aziende birrarie è stato spunto per il marketing delle aziende medio-grandi, se è vero che il modo di raccontarsi dei piccoli è sempre più spesso utilizzato anche dai grandi, è anche vero che i birrifici artigianali oggi hanno preso dei codici e dei linguaggi dell’industria: si pensi per esempio a tutti quei birrifici che già da tempo hanno introdotto le bottiglie da 33cl e tutte quelle realtà che stanno introducendo le lattine.

Quello che sta succedendo molto all’estero ma sta iniziando a verificarsi anche in Italia – ha sottolineato Anna Managò – è che c’è una “terra di mezzo” in cui competono artigiani e industrie. C’è un terreno comune sul quale si trovano a competere entrambi gli attori e con grande difficoltà. E con un po’ di confusione nella testa dei consumatori che se in una fase iniziale si sono dimostrati contenti dalla maggiore diversificazione offerta dall’ingresso sul mercato dei birrifici artigianali oggi quella stessa diversificazione gli si sta ritorcendo contro rischiando di diventare addirittura controproducente. Perché troppa rischia di mandare in tilt il processo di scelta portando sempre più a desiderare un’opzione “sicura” e già “testata”.

Proprio per questo motivo non è un caso che anche gli artigiani inizino a parlare di “lager” proponendo stili di birra che all’inizio erano ad appannaggio esclusivo dell’industria.

E per Anna Managò che ha un occhio vigile sulla realtà birrarie d’oltreoceano e d’oltremanica se l’Italia può avere dei margini di crescita all’estero è però necessario che i birrifici inizino ad avere più audacia nella comunicazione. Si parla tanta di birra ma bisogna anche puntare sul marchio, sul brand. Fare marketing significa valorizzare il prodotto, raccontandone la storia e la personalità e non solo la ricetta.

 

UN NUOVO BIRRAIO E UNA NUOVA BIRRA

 

E la grande tradizione birraria della Fabbrica di Pedavena è oggi portata avanti da Dario Martinuzzo che, dopo sette anni di formazione presso il birrificio di Weihenstephan, ha recentemente assunto il ruolo di Mastro Birraio della Fabbrica di Pedavena.

A chiusura del Simposio Dario Martinuzzo ha presentato la nuova birra creata, come ogni anno, appositamente per festeggiare la festa dell’orzo, una birra dedicata all’evento: Dolomiti, Fiorita. Una Birra Dolomiti quindi, la selezione riserva di Fabbrica di Pedavena.

Il progetto “Birra Dolomiti” è nato nel 2006, anticipando i tempi che hanno portato a valorizzare l’idea di una filiera integrata tra coltivatori e produttori. Birra Dolomiti, il frutto dell’imprescindibile legame con il territorio di origine, viene prodotta nel rispetto dell’ambiente circostante e con l’utilizzo di materie prime locali. La coltivazione dell’orzo, che costituisce appunto uno degli assi portanti del progetto, è svolta dalla locale Cooperativa La Fiorita, alla quale è stata dedicata questa birra con l’omaggio del nome.

A chiusura del Simposio Maurizio Maestrelli ha dichiarato: “Si torna da Pedavena con la convinzione che mettere attorno allo stesso “tavolo” persone e ruoli diversi nel mondo della birra sia un’opportunità di crescita e di confronto necessari per capire un mercato dinamico e complesso, ricco di opportunità ma non privo di difficoltà, come quello attuale… Buona la prima. In attesa delle prossime”!

 

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